Un sogno che diventa realtà: ecco com’è nata Dragonet

“La gente non capisce. Pensa che poiché il tennis viene giocato in questi club sia uno sport da ricchi. Ma non ci vuole niente di più di una racchetta e di un cuore per praticarlo.” (Pancho Segura)

Per giocare a tennis, senza minima distinzione tra l’amatore ed il professionista, la passione è un elemento indispensabile. Uno sport duro, spietato, in cui anche senza contatto fisico, ci si ritrova a dover fronteggiare oltre all’avversario inevitabilmente anche se stessi – uno sport unico. E proprio la passione smisurata di Giuseppe Spedaliere nel colpire la pallina gialla insieme a quella per l’elettronica e la programmazione di suo figlio Alessandro hanno fatto sì che nascesse Dragonet.

Per Giuseppe, giocare a tennis ha significato sempre molto, anche se a un certo punto aveva dovuto fare i conti con la dura realtà: ritrovatosi con un gomito ridotto in condizioni critiche, ha cominciato a maledire quell’impostazione sbagliata nel colpire il rovescio a una mano che si portava ormai dietro da anni. In nessun modo era riuscito a correggere l’errore e ora ne pagava le conseguenze, ma al tempo stesso era ben lontano dall’arrendersi. Conoscendo l’attitudine verso la sperimentazione e l’abilità nel campo dell’elettronica e della robotica di Alessandro, l’idea venne fuori spontaneamente: creare una macchina che superasse il concetto di “sparapalle”. Una macchina che non necessitasse di un campo da tennis e neanche di una superficie regolare per poter essere utilizzata, da tenere a portata di mano in garage, in grado di poter permettere di colmare la maledetta lacuna sul rovescio ogni qualvolta avesse voluto, semplicemente spostandosi di pochi metri da casa. Così è nata Dragonet, una macchina unica nel suo genere, pronta a portare una vera e propria rivoluzione al concetto di allenamento.

Tutto è nato in un posto inusuale per il tennis: uno scalificio. È infatti tra una scala a chiocciola e una in ferro battuto che Giuseppe e Alessandro hanno deciso di lanciarsi in questo avventuroso e affascinante progetto. La prima cosa che mi è sorto spontaneo chiedere è stata come dalla progettazione e realizzazione di scale si fosse giunti a Dragonet. Giuseppe sembra quasi illuminarsi a questa domanda e quando comincia a raccontare si finisce come risucchiati in un vortice travolgente. “Gioco a tennis da tantissimi anni e mi sono reso conto in una visita medica, quasi per caso, che il mio gomito era in condizioni pessime. Subito ho realizzato che ciò dipendeva da un’impostazione sbagliata del rovescio che mi portavo dietro da anni. Allora mi son detto: visto che sul campo non riuscivo a correggerla, perché non creare una macchina con cui poter lavorare su quel movimento? Abbiamo deciso di puntare in alto e creare qualcosa che mancava nel mondo del tennis”.

Ciò che salta subito all’occhio sono le dimensioni: dopo svariate evoluzioni, la macchina può benissimo essere riposta nel portabagagli di un’auto berlina, mentre la rete, nella sua custodia, occupa ancora meno spazio. Per assemblarla non c’è bisogno di chiavi o altri strumenti: un sistema di viti a farfalla, semplice ma funzionale, ne permette il montaggio in pochi minuti. Proprio il fatto di poter essere trasportabile e di necessitare soltanto di tre metri per cinque come spazio minimo, ne permette l’utilizzo in qualsiasi posto abbiate a disposizione o che vi salti in mente, dal garage al terrazzo, senza dover tener conto della superficie. “Con la nostra macchina è possibile giocare ovunque. Infatti quando la palla viene lanciata rimbalza su una pedana, evitando dunque il contatto diretto con la superficie su cui si è deciso di giocare”.

Altro punto che la rende unica è il sistema a ciclo continuo. Chiunque abbia avuto a che fare con una qualsiasi lanciapalle sa benissimo che, dopo aver terminato l’ingente quantità di palline che vanno inserite all’interno, bisogna raccoglierle tutte. Sotto il sole di agosto può essere davvero infernale e ogni ragazzino che prende lezioni lo sa bene. In ogni caso, ciò comporta sempre perdita di tempo. Grazie al ciclo continuo, con un minimo di quattro palle, è possibile potenzialmente giocare fino all’infinito. “Ogni palla viene incanalata dopo aver colpito la rete ed è in pochi secondi a disposizione, pronta per essere lanciata ancora”, dice Alessandro. Ma la caratteristica più innovativa e peculiare di Dragonet è quella di poter essere programmabile per poter colpire dritto e rovescio a qualsiasi velocità e rotazione, in sequenze personalizzate regolabili da una app, rendendola adatta a chiunque, dal bambino alle prime armi sino all’agonista. Con Dragonet 30 palle colpite scorrono velocemente, in un istante, e il tempo sembra volare via. Giuseppe conferma: “Da quando la abbiamo qui in garage, appena ho un po’ di tempo a disposizione, vengo qui e comincio a giocare. Non mi rendo conto di come il tempo passi in fretta. Una domenica mattina sono venuto qui e ad un certo punto sento il cellulare squillare. Era mia moglie che mi stava chiamando perché il pranzo era pronto in tavola!”. Dragonet si adatta alle necessità di ogni appassionato che prova piacere nel giocare a tennis, per allenarsi e migliorarsi oltre a poter ipoteticamente sostituire un avversario in carne e ossa, quando questo vi lascia da soli al circolo (sic!) avvisandovi soltanto pochi minuti prima. Si propone inoltre come un’ottima idea per chiunque vuole avvicinarsi al tennis ma che non ha la possibilità oppure il tempo di prendere lezioni, oppure come strumento di supporto per chi è un maestro di tennis, sfruttando le funzionalità aggiuntive che una normale lanciapalle non ha.

L’ambizione e la voglia di fare di Giuseppe e Alessandro sono davvero forti. Sono più di tre anni che investono tempo e denaro in quest’idea innovativa e hanno dovuto affrontare difficoltà su difficoltà: da quelle iniziali, fronteggiate nella costruzione del primo prototipo fatto interamente a mano, a oggi, con la produzione avviata e le vendite in corso.

Il Drago è pronto a sputare (in questo caso palle da tennis e non fuoco) e tutto il team che ha permesso che ciò fosse possibile non vede l’ora che il mondo intero possa riconoscere l’innovazione in una macchina pronta a rivoluzionare per sempre il concetto di “lanciapalle”.

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