Un occhio al passato… E due al futuro

Da quando il 23 febbraio 1874 venne brevettato alla Camera dei Mestieri di Londra il cosiddetto “lawn tennis”, l’evoluzione del tennis come lo conosciamo adesso è stata graduale, ed ha visto con il passare degli anni le sue origini regali evolversi in quelle attuali, che oggi sono al centro dell’attenzione poiché ritenute “non adeguate” a un prodotto sempre più pop come il tennis professionistico del ventunesimo secolo.

Tra la decisione del 1883 di dimezzare l’altezza della rete a quella del 1976 di adottare il tie-break sul punteggio di 6-6, un fattore determinante ha compiuto il suo ingresso del mondo del tennis: la tecnologia. È già del 1973 la decisione di affidare ad un elaboratore elettronico il compito di stilare le classifiche dei tennisti professionisti, decisione importante scaturita dall’approvazione del professionismo per tutti i tornei nel 1968.

La tecnologia ha cambiato il tennis in maniera graduale, senza sconvolgerlo. Lo sviluppo nel campo della progettazione di racchette e corde progressivamente ha mandato in pensione i fusti in legno e le incordature in budello. Si è dovuto aspettare il 2005 affinché comparisse un sistema rivoluzionario, in grado di porre rimedio ad un qualcosa che fino a pochi anni prima si riteneva impossibile: l’errore umano. È proprio il 2005 l’anno in cui l’ITF testa ed approva il sistema Hawk-Eye. Basandosi sul principio della triangolazione e usando le immagini di telecamere ad alta definizione posizionate in angoli diversi, il sistema è in grado di controllare se una palla è valida oppure meno. Uno strumento moderno che il giocatore può usare a sua scelta, che ha permesso (e permette) di sopperire a errori che potrebbero anche falsare l’esito di un intero match.

Se dunque il tennis è sempre stato aperto all’apporto della tecnologia, ha però pur sempre mantenuto un certo legame con il suo passato, soprattutto nell’esempio per eccellenza del torneo di Wimbledon, con l’obbligo di indossare il bianco nell’abbigliamento e le maratone al quinto set – che però da quest’anno non esistono più.

Sono infatti molto recenti i venti di cambiamento che stanno spingendo la federazione internazionale e i singoli tornei verso modifiche o stravolgimenti veri e propri dei regolamenti. È da quest’anno infatti che tutti i tornei del Grande Slam, non omologandosi l’uno l’altro ma con decisioni singole, hanno abolito il quinto set a oltranza. Tale decisioni, che possono aver fatto storcere il naso ai puristi o aver ricevuto il plauso degli “innovatori”, mostrano che qualcosa sta cambiando.

Le ATP Next Gen Finals sono l’emblema dell’idea che si vuole dare del “tennis del futuro”. La prima edizione si è svolta nel 2017 a Milano ed ogni anno si punta ad aggiungere modifiche e a sperimentare soluzioni innovative. Lo “shot clock”, ad esempio,  l’orologio che conteggia 25 secondi tra un servizio e l’altro, utilizzato fin dalla prima edizione, è già in uso all’interno dei tornei del Grande Slam. Tra le novità che caratterizzano le partite vi è il limite di tempo per il riscaldamento, il punto decisivo sul 40-40 con il giocatore al servizio che sceglie da quale lato battere, la possibilità di poter chiamare soltanto un medical time out e l’assenza del let al servizio. La più grande rivoluzione è però quella sul punteggio: cinque set al meglio dei quattro giochi con tie-break sul 3-3. Vi è inoltre la presenza di Hawk-Eye Live (già considerato come il VAR del tennis), che elimina del tutto la presenza dei giudici di linea e apporta un’innovazione totale su un argomento molto discusso: il coaching. È infatti possibile per i giocatori presenti collegarsi in maniera tecnologica, via cuffia, al proprio allenatore per ricevere consigli (una soluzione tecnologica che ha già suscitato svariate polemiche).

Insomma, le Next Gen Finals vogliono essere un prodotto nuovo e alternativo, capace di adattarsi al meglio alle nuove generazioni che stanno provando (anche se con abbastanza fatica) a sostituirsi ai cosiddetti “Fab three”: Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, che dominano (quasi) incontrastati ancora oggi il mondo del tennis.

Dragonet nasce e si sviluppa in una maniera nuova, con una base profondamente rivoluzionaria rispetto alla classica macchina d’allenamento, contando notevolmente sull’apporto tecnologico ma sempre senza dimenticare la base portante di questo sport: la tecnica. Checché se ne dica, ancora oggi essa resta una delle caratteristiche fondamentali del tennista. Migliorarla in una maniera nuova e innovativa è uno degli obiettivi che Dragonet si prefigge.

Se dunque l’approccio basilare è considerato in maniera centrale nel progetto, lo sviluppo di soluzioni future altamente tecnologiche è molto importante per tutto il team di Dragonet. Un progetto su cui si è già al lavoro per il futuro è quello volto alla creazione di una rete “intelligente”, che permetterà di analizzare in modo altamente dettagliato ogni singolo colpo che si gioca: velocità, traiettoria e angolo di ogni palla verrà preso in considerazione e tramite i dati ricavati sarà possibile ricreare la balistica del colpo e quindi ricreare l’eventuale rimbalzo della palla in campo. Una soluzione che può sembrare oggi ancora troppo futuristica ma che è già considerata d’importanza per il team Dragonet è quella di poter utilizzare la realtà aumentata come strumento a servizio del tennis, integrando tale tecnologia alla macchina sarà possibile visualizzare in maniera più diretta i dati della sessione d’allenamento personalizzata e grazie al supporto degli occhiali si potranno creare esercizi specifici in cui ci si potrà concentrare su bersagli che verranno illuminati ogni qual volta si colpiscono in maniera corretta.

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